lŭpus (#2)

S.2.m

prefissi radice suffissi scope
1. lŭp

1. ŏ(*-e/o-)

[1] S.2.m@num=s,cas=N

1.1. lŭp- ŏ- s FTR_02_lupos_S.2.a@num=s,cas=N
m1_R m2_S m3_E M archaic, Partial.

des. -o-s.

1.2. lŭp- ŭ- s ATR_01_oC#>uC_*
m1_R m2_S m3_E P classical, Normal.

-oC finale > -uC. Eccezioni: monosillabi tranne se terminanti in -om (quod, cum); grafia conservativa dopo il grafema V.

[2] S.2.m@num=s,cas=G

2.1. lŭp- ī FTR_02_lupi:_S.2@num=s,cas=G
m1_R m2_E M classical, Normal.

des. -ī.

L'uscita -oeo (Enn. ann.126 "Mettoeo Fufetioeo" e Ov. (Quint.1,5,12) "vīnoeo bonoeo" è un puro omerismo artificioso e come tale non è considerato nella Grammatica.

[3] S.2.m@num=s,cas=G

3.1. lŭp- ŏ- sĭŏ FTR_02_Poplosio_S.2@num=s,cas=G
m1_R m2_S m3_E M archaic, Partial.

des. -o-sio.

Relitti di *-o-syo attestati sporadicamente (Lapis Satricanus).

[4] S.2.m@num=s,cas=D

4.1. lŭp- ōi FTR_02_lupo:i_S.2@num=s,cas=D
m1_R m2_SE M archaic, Partial.

Uscita -ōi (ditt.) da i.e. *-ō-ey.

4.2. lŭp- ō ATR_01_o:i#>o:_*
m1_R m2_SE P classical, Normal.

-ōi finale > -ō.

[5] S.2.m@num=s,cas=A

5.1. lŭp- ŏ- m FTR_02_lupom_S.2.a@num=s,cas=A
m1_R m2_S m3_E M archaic, Partial.

des. -o-m.

5.2. lŭp- ŭ- m ATR_01_oC#>uC_*
m1_R m2_S m3_E P classical, Normal.

-oC finale > -uC. Eccezioni: monosillabi tranne se terminanti in -om (quod, cum); grafia conservativa dopo il grafema V.

[6] S.2.m@num=s,cas=V

6.1. lŭp- ĕ FTR_02_lupe_S.2@num=s,cas=V
m1_R m2_S M classical, Normal.

vocale tematica -e (desinenza zero).

[7] S.2.m@num=s,cas=B

7.1. lŭp- ō- d FTR_02_lupo:d_S.2@num=s,cas=B
m1_R m2_S m3_E M archaic, Partial.

des. -ōd.

7.2. lŭp- ō ATR_01_V:d#>V:_*
m1_R m2_S P classical, Normal.

-V:d finale > V:.

II a.C.

[8] S.2.m@num=p,cas=N

8.1. lŭp- eis FTR_02_magistreis_S.2.a@num=p,cas=N
m1_R m2_E M archaic, Partial.

Attestato epigraficamente in tutta l'area latina dal tardo III a.C. alla prima metà del I a.C. Le attestazioni letterarie riguardano solo pronomi dimostrativi; per i sostantivi ci sono solo attestazioni epigrafiche limitate a gentilizi, magister e molte designazioni professionali o sociali.

Solitamente si considerano forme analogiche di III declinazione, ma questo non rende conto della distribuzione delle forme. Anche il richiamo analogico alla forma arcaica del tema in -i del pronome indefinito-interrogativo al Np (quēs) che coesisteva accanto a quī non spiega perché questo nominativo in -s si trovi solo nei dimostrativi né la strana distribuzione nei sostantivi. Nei sostantivi si distinguono 3 gruppi: 1. gentilizi (nomi di uomini che condividono il gentilizio, e che sono espressi sinteticamente con i due prenomi seguiti dal gentilizio al plurale: "M. M. Caelieis Caeliae Pilumenae", CIL I² 1265). In questi casi, i nominativi 'regolari' sono attestati meno spesso di quelli in -s; 2. magistrature: anche qui più personaggi specifici sono raggruppati sotto una più ampia designazione ("...(vari nomi)... magistreis conlegi mercatorum coeraverunt", CIL I² 2672). Talora il nome è abbreviato sicché la desinenza appare solo al pronome; 3. designazioni professionali o sociali.

Si può dunque affermare che in latino repubblicano il nominativo in -s è usato dove un'enumerazione è riassunta da un denominatore comune al Np: nel sistema morfologico una tale categoria è ovviamente ridondante, tanto che vi sono esempi di Np regolari niente affatto sorprendenti. Probabilmente anche le (molto rare) forme di Np di I declinazione in -as dovevano essere parallele a quelle di II; in effetti, negli esempi esse sembrano comportarsi in modo simile (hasc(e) mag(istr-) V(eneri) d(onum) d(ederunt): ... (nomi di 12 donne), CIL I² 2685. Rispetto alla sua origine, l'uso più ampio di queste forme nei dimostrativi indica una probabile nascita in questa categoria (concordanze come hi omnes?).

ca. 200 a.C.- ca. 50 a.C.

8.2. lŭp- ēs ATR_01_ei>e:_*
m1_R m2_E P archaic, Partial.

ei > ē (chiuso).

La ē risultante doveva essere più chiusa della ē primaria, dato che a differenza di quest'ultima essa diviene poi ī in latino classico. Fino al 150 a.C. ca. nelle iscrizioni arcaiche il suono derivante da ei è scritto EI o E ma ī originario è sempre notato I (cfr. il sc. de Bacch.: deicerent contro venīrent, trīnum); nello stesso periodo EI è usato anche per notare un ē primario, probabilmente anche in virtù dell'influsso greco (neiquis). Come mostra inoltre la metrica in età arcaica l'uscita del Gs tipo fīlī è sempre monosillaba ma quella del Np sempre bisillaba (fīliī, ovvero -iei non contratto).

La grafia EI più tardi appare anche per e o i brevi, verosimilmente in virtù dell'abbreviamento giambico in parole del tipo sibei. Negli scenici arcaici -ei finale di parole giambiche (sibei, ibei, nisei) è infatti misurato come breve per abbreviamento giambico, e più tardi reso con -i o -e, sicché per l'epoca di Plauto si deve supporre una -ē monottongata (e quindi abbreviata) per queste parole.

ca. 200 a.C.- ca. 150 a.C.

8.3. lŭp- īs ATR_01_e:(<ei)>i:_*
m1_R m2_E P classical, Partial.

ē (< ei) > ī.

Dal 150 a.C. ca iniziano le oscillazioni epigrafiche EI (anche per ē primario) / I (anche per un originario ei) che alla fine prevale (cfr. i tre dativi Iunone Seispitei Matri D 118).

In latino classico si formeranno poi nuovi dittonghi ei per contrazione (deinde, deicio, reicio) o in interiezioni (ei); il greco ει è reso con il latino ī tranne se antevocalico.

ca. 150 a.C.

[9] S.2.m@num=p,cas=N

9.1. lŭp- oe FTR_02_poploe_S.2.a@num=p,cas=N
m1_R m2_SE M archaic, Partial.

Nessuna delle attestazioni datate di oe è più antica del 113 a.C.; un'evoluzione oi > oe > ū è dunque altamente inverosimile: piuttosto oe in tali casi deve essere una variante puramente grafica di oi secondo il modello di oe derivato da oi nel tipo poena e di ae da ai.

In generale, le grafie oi, oe per il classico ū sono in uso come arcaismi ortografici sino alla fine della repubblica.

[10] S.2.m@num=p,cas=N

10.1. lŭp- oi FTR_02_lupoi_S.2.a@num=p,cas=N
m1_R m2_SE M archaic, Partial.

des. -o-i (ditt.).

10.2. lŭp- ei ATR_01_oiC*#>ei_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

10.3. lŭp- ē ATR_01_ei>e:_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

ei > ē (chiuso).

La ē risultante doveva essere più chiusa della ē primaria, dato che a differenza di quest'ultima essa diviene poi ī in latino classico. Fino al 150 a.C. ca. nelle iscrizioni arcaiche il suono derivante da ei è scritto EI o E ma ī originario è sempre notato I (cfr. il sc. de Bacch.: deicerent contro venīrent, trīnum); nello stesso periodo EI è usato anche per notare un ē primario, probabilmente anche in virtù dell'influsso greco (neiquis). Come mostra inoltre la metrica in età arcaica l'uscita del Gs tipo fīlī è sempre monosillaba ma quella del Np sempre bisillaba (fīliī, ovvero -iei non contratto).

La grafia EI più tardi appare anche per e o i brevi, verosimilmente in virtù dell'abbreviamento giambico in parole del tipo sibei. Negli scenici arcaici -ei finale di parole giambiche (sibei, ibei, nisei) è infatti misurato come breve per abbreviamento giambico, e più tardi reso con -i o -e, sicché per l'epoca di Plauto si deve supporre una -ē monottongata (e quindi abbreviata) per queste parole.

ca. 200 a.C.- ca. 150 a.C.

10.4. lŭp- ī ATR_01_e:(<ei)>i:_*
m1_R m2_SE P classical, Partial.

ē (< ei) > ī.

Dal 150 a.C. ca iniziano le oscillazioni epigrafiche EI (anche per ē primario) / I (anche per un originario ei) che alla fine prevale (cfr. i tre dativi Iunone Seispitei Matri D 118).

In latino classico si formeranno poi nuovi dittonghi ei per contrazione (deinde, deicio, reicio) o in interiezioni (ei); il greco ει è reso con il latino ī tranne se antevocalico.

ca. 150 a.C.

[11] S.2.m@num=p,cas=G

11.1. lŭp- ō- sŏm FTR_02_lupo:som_S.2@num=p,cas=G
m1_R m2_S m3_E M archaic, Partial.

11.2. lŭp- ō- rŏm ATR_01_VsV>VrV_*
m1_R m2_S m3_E P classical, Normal.

VsV (ma non s < ss o se iniziante morfema: cfr. dirimō ma de-serō) > *z > VrV.

Varie eccezioni al rotacismo sono situate nel lessico come block-constraints.

ca. 350 a.C.

11.3. lŭp- ō- rŭm ATR_01_oC#>uC_*
m1_R m2_S m3_E P classical, Normal.

-oC finale > -uC. Eccezioni: monosillabi tranne se terminanti in -om (quod, cum); grafia conservativa dopo il grafema V.

[12] S.2.m@num=p,cas=G

12.1. lŭp- ŏ- m FTR_02_lupom_S.2@num=p,cas=G
m1_R m2_S m3_E M archaic, Partial.

12.2. lŭp- ŭ- m ATR_01_oC#>uC_*
m1_R m2_S m3_E P classical, Normal.

-oC finale > -uC. Eccezioni: monosillabi tranne se terminanti in -om (quod, cum); grafia conservativa dopo il grafema V.

[13] S.2.m@num=p,cas=D

13.1. lŭp- ois FTR_02_lupois_S.2@num=p,cas=D
m1_R m2_SE M archaic, Partial.

Uscita -o-is.

13.2. lŭp- eis ATR_01_oiC*#>ei_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

13.3. lŭp- ēs ATR_01_ei>e:_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

ei > ē (chiuso).

La ē risultante doveva essere più chiusa della ē primaria, dato che a differenza di quest'ultima essa diviene poi ī in latino classico. Fino al 150 a.C. ca. nelle iscrizioni arcaiche il suono derivante da ei è scritto EI o E ma ī originario è sempre notato I (cfr. il sc. de Bacch.: deicerent contro venīrent, trīnum); nello stesso periodo EI è usato anche per notare un ē primario, probabilmente anche in virtù dell'influsso greco (neiquis). Come mostra inoltre la metrica in età arcaica l'uscita del Gs tipo fīlī è sempre monosillaba ma quella del Np sempre bisillaba (fīliī, ovvero -iei non contratto).

La grafia EI più tardi appare anche per e o i brevi, verosimilmente in virtù dell'abbreviamento giambico in parole del tipo sibei. Negli scenici arcaici -ei finale di parole giambiche (sibei, ibei, nisei) è infatti misurato come breve per abbreviamento giambico, e più tardi reso con -i o -e, sicché per l'epoca di Plauto si deve supporre una -ē monottongata (e quindi abbreviata) per queste parole.

ca. 200 a.C.- ca. 150 a.C.

13.4. lŭp- īs ATR_01_e:(<ei)>i:_*
m1_R m2_SE P classical, Partial.

ē (< ei) > ī.

Dal 150 a.C. ca iniziano le oscillazioni epigrafiche EI (anche per ē primario) / I (anche per un originario ei) che alla fine prevale (cfr. i tre dativi Iunone Seispitei Matri D 118).

In latino classico si formeranno poi nuovi dittonghi ei per contrazione (deinde, deicio, reicio) o in interiezioni (ei); il greco ει è reso con il latino ī tranne se antevocalico.

ca. 150 a.C.

[14] S.2.m@num=p,cas=A

14.1. lŭp- ŏ- ns FTR_02_lupons_S.2@num=p,cas=A
m1_R m2_S m3_E M archaic, Partial.

14.2. lŭp- ōs ATR_01_ns#>s_*
m1_R m2_SE P classical, Normal.

-ns finale primario > -s con allungamento di compenso.

[15] S.2.m@num=p,cas=V

15.1. lŭp- oi FTR_02_lupoi_S.2.a@num=p,cas=V
m1_R m2_SE M archaic, Partial.

des. -o-i (ditt.).

15.2. lŭp- ei ATR_01_oiC*#>ei_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

15.3. lŭp- ē ATR_01_ei>e:_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

ei > ē (chiuso).

La ē risultante doveva essere più chiusa della ē primaria, dato che a differenza di quest'ultima essa diviene poi ī in latino classico. Fino al 150 a.C. ca. nelle iscrizioni arcaiche il suono derivante da ei è scritto EI o E ma ī originario è sempre notato I (cfr. il sc. de Bacch.: deicerent contro venīrent, trīnum); nello stesso periodo EI è usato anche per notare un ē primario, probabilmente anche in virtù dell'influsso greco (neiquis). Come mostra inoltre la metrica in età arcaica l'uscita del Gs tipo fīlī è sempre monosillaba ma quella del Np sempre bisillaba (fīliī, ovvero -iei non contratto).

La grafia EI più tardi appare anche per e o i brevi, verosimilmente in virtù dell'abbreviamento giambico in parole del tipo sibei. Negli scenici arcaici -ei finale di parole giambiche (sibei, ibei, nisei) è infatti misurato come breve per abbreviamento giambico, e più tardi reso con -i o -e, sicché per l'epoca di Plauto si deve supporre una -ē monottongata (e quindi abbreviata) per queste parole.

ca. 200 a.C.- ca. 150 a.C.

15.4. lŭp- ī ATR_01_e:(<ei)>i:_*
m1_R m2_SE P classical, Partial.

ē (< ei) > ī.

Dal 150 a.C. ca iniziano le oscillazioni epigrafiche EI (anche per ē primario) / I (anche per un originario ei) che alla fine prevale (cfr. i tre dativi Iunone Seispitei Matri D 118).

In latino classico si formeranno poi nuovi dittonghi ei per contrazione (deinde, deicio, reicio) o in interiezioni (ei); il greco ει è reso con il latino ī tranne se antevocalico.

ca. 150 a.C.

[16] S.2.m@num=p,cas=B

16.1. lŭp- ois FTR_02_lupois_S.2@num=p,cas=B
m1_R m2_SE M archaic, Partial.

Uscita -o-is.

16.2. lŭp- eis ATR_01_oiC*#>ei_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

16.3. lŭp- ēs ATR_01_ei>e:_*
m1_R m2_SE P archaic, Partial.

ei > ē (chiuso).

La ē risultante doveva essere più chiusa della ē primaria, dato che a differenza di quest'ultima essa diviene poi ī in latino classico. Fino al 150 a.C. ca. nelle iscrizioni arcaiche il suono derivante da ei è scritto EI o E ma ī originario è sempre notato I (cfr. il sc. de Bacch.: deicerent contro venīrent, trīnum); nello stesso periodo EI è usato anche per notare un ē primario, probabilmente anche in virtù dell'influsso greco (neiquis). Come mostra inoltre la metrica in età arcaica l'uscita del Gs tipo fīlī è sempre monosillaba ma quella del Np sempre bisillaba (fīliī, ovvero -iei non contratto).

La grafia EI più tardi appare anche per e o i brevi, verosimilmente in virtù dell'abbreviamento giambico in parole del tipo sibei. Negli scenici arcaici -ei finale di parole giambiche (sibei, ibei, nisei) è infatti misurato come breve per abbreviamento giambico, e più tardi reso con -i o -e, sicché per l'epoca di Plauto si deve supporre una -ē monottongata (e quindi abbreviata) per queste parole.

ca. 200 a.C.- ca. 150 a.C.

16.4. lŭp- īs ATR_01_e:(<ei)>i:_*
m1_R m2_SE P classical, Partial.

ē (< ei) > ī.

Dal 150 a.C. ca iniziano le oscillazioni epigrafiche EI (anche per ē primario) / I (anche per un originario ei) che alla fine prevale (cfr. i tre dativi Iunone Seispitei Matri D 118).

In latino classico si formeranno poi nuovi dittonghi ei per contrazione (deinde, deicio, reicio) o in interiezioni (ei); il greco ει è reso con il latino ī tranne se antevocalico.

ca. 150 a.C.